A tutti capita, anche abbastanza spesso, di percepire un dolore più o meno acuto in una qualsiasi parte del corpo; le prime soluzioni che ci vengono in mente, in questi casi, sono i rimedi casalinghi, a lungo tramandati, o le reminiscenze delle campagne pubblicitarie.

Ma come si gestisce realmente un dolore acuto e, soprattutto, quando è necessario realmente allarmarsi?

Capire con tempestività la natura del dolore acuto permette di utilizzare il giusto provvedimento, velocizzando i tempi di recupero e, cosa più importante, evitando danni peggiori. L’obiettivo di questo articolo è quello di sintetizzare alcuni concetti chiave che possono essere ricordati ed utilizzati facilmente.

Il dolore acuto, generalmente, deriva da un danno tissutale in loco o anche a distanza. Possiamo pertanto classificare il dolore in due grandi categorie: muscolo-scheletrico e viscero-riflesso.

Il dolore muscolo-scheletrico solitamente si verifica nel luogo della lesione; ad esso si aggiunge un processo di infiammazione che altera l’equilibrio vascolare e chimico della zona. Questo squilibrio rende i nocicettori (recettori nervosi del dolore) più sensibili agli stimoli fisici pressori e/o termici. Il dolore, di conseguenza, permane fino a quando non si ha la riparazione completa del danno.

Le caratteristiche del dolore acuto muscolo-scheletrico sono le seguenti:

  • È localizzato in un’area circoscritta al trauma o alla sede della lesione;
  • il paziente indica l’area di dolore con un dito;
  • Peggiora se si applica una pressione sull’area indicata;
  • Può presentare aree di ecchimosi rosse o violacee;
  • L’area del dolore (o del trauma) è calda, rossa e gonfia;
  • Se coinvolge un’articolazione il dolore peggiora al suo movimento

Il dolore che nasce da una disfunzione organica viene definito viscero riflesso o viscero-somatico. Questo dolore segue una via del tutto differente da quello muscolo-scheletrico poiché gli organi non presentano strutture recettoriali simili; è importante sottolineare che non vi è alcuna proporzionalità fra l’intensità del dolore e l’entità del danno, dunque un grave danno può essere mascherato da una scarsa manifestazione dolorifica.

Spesso nei primi minuti il dolore è circoscritto all’area cutanea dell’organo sottostante e viene descritto come sordo, oppressivo e mal localizzato; ciò avviene perché gli stimoli infiammatori coinvolgono i tessuti che circondano l’organo stesso.

Col passare del tempo gli impulsi si diffondono su delle stazioni recettoriali (gangli) che possono comunicare con aree riflesse, connesse anche a distanza. Pertanto risulta difficile identificare l’organo alterato basandosi esclusivamente sulla localizzazione cutanea del dolore.

Le caratteristiche più evidenti del dolore acuto viscero-somatico sono le seguenti:

  • È localizzato in un’area non circoscritta;
  • Il paziente indica l’area di dolore con la mano aperta o con un pugno;
  • Non peggiora muovendo l’area interessata;
  • Oscilla di intensità col passare dei minuti;
  • L’area interessata dal dolore è rigida (per spasticità muscolare riflessa);
  • Si possono associare reazioni neurovegetative (sudorazione, nausea, alterazione della temperatura corporea, alterazione del ritmo respiratorio e/o cardiaco);
  • Si possono associare reazioni emozionali (ansia, angoscia, senso di morte imminente).

Nel caso in cui ci si trovi di fronte al dubbio o i sintomi riguardino uno o più punti sopraelencati è SEMPRE necessario chiamare il medico curante o il 118. Intervenire in tempo può salvare la vita.

Cosa fare in caso di dolore muscolo-scheletrico

In caso di dolore acuto muscolo-scheletrico il rimedio per eccellenza è il ghiaccio in quanto crea un effetto vasocostrittivo localizzato, riducendo al minimo il propagarsi dell’infiammazione e degli effetti chimici a carico dei tessuti danneggiati.

Per utilizzare il ghiaccio al meglio bisogna:

  • Evitare il contatto diretto con la cute;
  • Applicare per 15 minuti (massimo) continuati;
  • Fare una pausa di 5 minuti tra un’applicazione e l’altra (questo intervallo è necessario per evitare ustioni da freddo);
  • Se sgradevole, dopo i 5 minuti iniziali interrompere l’applicazione.

L’applicazione del ghiaccio (crioterapia) in fase subitanea a un trauma fisico si può incorporare nel protocollo definito RICE (Rest Ice Compression Elevation). In questo caso la zona traumatizzata si pone a riposo in una condizione di scarico (sopra il livello del cuore – per favorire il deflusso venoso) con il ghiaccio (secondo le modalità suindicate) in compressione.

Se l’utilizzo di questo protocollo (per almeno 4 ore al giorno) non determina un decremento dell’infiammazione e del dolore nell’arco delle 48 ore successive al trauma, è necessario consultare un medico per escludere eventuali lesioni più gravi.

Nella fase post-acuta, ovvero dopo le prime 48 ore dal trauma, se i sintomi si sono affievoliti e sono stati esclusi danni più seri, è possibile alternare il caldo al ghiaccio.

Di seguito alcuni suggerimenti fondamentali per la terapia caldo-freddo:

  • Preservare la pelle da eventuali ustioni (da caldo o da freddo);
  • Dopo la somministrazione di 1 minuto di freddo, seguono almeno 3 minuti di caldo;
  • Ripetere quest’alternanza per almeno 15 minuti;
  • Durante l’applicazione del calore si può provare a muovere l’area traumatizzata (per favorire la circolazione);
  • Si possono progressivamente aumentare i tempi di applicazione di calore;
  • Non lesinare sul calore;
  • Finire sempre col freddo;
  • Interrompere se dopo i primi 5 minuti di applicazione la sensazione è molto sgradevole.

L’utilizzo alternato di caldo-freddo può essere utile nei casi di tendiniti (tallonite, fascite plantare) o di contratture, mentre il protocollo R.I.C.E. è da preferire soprattutto nei casi di distorsioni, contusioni e ferite.

Di seguito si riportano degli esempi per fissare meglio i concetti chiave e dare qualche spunto pratico.

Esempio 1 - Dolore muscolo-scheletrico: trauma distorsivo in inversione della caviglia

Fase immediata acuta (0-15 minuti)

  • Evitare di rimuovere la scarpa
  • Valutare delicatamente la mobilità
  • Valutare l’eventuale presenza di lesioni ossee
  • Applicare il ghiaccio in compressione sul malleolo esterno per 15 minuti
  • Rivalutare dolore e mobilità

Fase acuta (48 ore)

  • In caso di decremento di dolore
  • Rimuovere la scarpa
  • Posizionare l’arto in scarico e continuare con l’applicazione di ghiaccio in compressione
  • Seguire i tempi di applicazione R.I.C.E.
  • Evitare di fare carico sul piede

Fase post-acuta

  • Seguire le stesse indicazioni R.I.C.E. fino a spegnimento sintomi dolorifici e infiammatori

NB: Se il dolore persiste con il passare delle ore, e si evidenziano aree di ecchimosi e aumenta il gonfiore presentarsi al Pronto Soccorso per eventuale valutazione specialistica.

Accertamento utile: Livello 1 Radiografia – Livello 2 Ecografia – Livello 3 TAC/Risonanza

Esempio 2 – Dolore muscolo-scheletrico: Tendinite

I sintomi della tendinite sono un un dolore diffuso al tallone, nella zona di inserzione del tendine d’Achille che si evidenzia appoggiando il piede a terra, salendo/scendendo le scale, sollevandosi sulla punta del piede.

Fase immediata acuta (0-15 minuti) e Fase acuta (48 ore)

  • Protocollo R.I.C.E.

Fase post-acuta

  • Se il dolore è diminuito ma non scomparso del tutto, intervallare 1 minuto di ghiaccio con 3 minuti di caldo
  • Se la sensazione non è sgradevole incrementare i minuti di caldo seguendo le indicazioni del trattamento Caldo-Freddo

NB: Se il dolore persiste con il passare delle ore, è utile consultare un medico Ortopedico per una diagnosi. Può risultare altrettanto utile consultare un Osteopata/Fisioterapista per una valutazione funzionale poiché questo genere di infiammazione può nascere da problematiche posturali o da compensi antalgici di problemi localizzati in articolazioni anche distanti.

Accertamento utile: Livello 1 Ecografia – Livello 2 TAC/Risonanza – Livello 3 Radiografia

Esempio 3 – Dolore muscolo-scheletrico: sindrome del sovraspinoso

I sintomi sono rappresentati dalla difficoltà nel sollevare il braccio in apertura; aumento del dolore a letto; incapacità di portare il braccio dietro al busto.

Fase immediata acuta (0-15 minuti) e Fase acuta (48 ore) e Fase Post-acuta

  • Tenere il braccio in scarico aperto (abdotto) di 45°
  • Attuare ESCLUSIVAMENTE il modello R.I.C.E.

NB: La spalla è (forse) l’unica articolazione del corpo che non gradisce calore di nessun genere perché i vasi sanguigni che l’attraversano sono estremamente sottili. Se il dolore persiste con il passare delle ore, è utile consultare un medico Ortopedico per una diagnosi. Se dalla diagnosi risulta un’assenza di lesione completa a carico del muscolo si può consultare un Osteopata/Fisioterapista per ripristinare l’equilibrio meccanico delle articolazioni in cui gravita la presenza di questo muscolo.

Accertamento utile: Livello 1 Ecografia – Livello 2 TAC/Risonanza – Livello 3 Radiografia

 

L'osteopatia può agire sul dolore acuto?

L’osteopatia, da sempre riconosciuta come un ottimo alleato per i dolori cronici, può intervenire in maniera efficace anche nelle condizioni acute.

Un dolore nasce sempre da una condizione di squilibrio (parafisiologia). In questa fase il corpo mette in moto una serie di correttivi fisici e metabolici per ripristinare la corretta fisiologia. Quando ciò non avviene si possono instaurare dei meccanismi patologici che minano la vita del paziente. L’osteopata in quest’ultimo caso non può e non deve assolutamente intervenire, anzi deve inviare il paziente a un medico specialista.

Nei casi in cui non si ha una condizione patologica, l’osteopata cerca di identificare la causa che ha determinato tale squilibrio. La causa viene definita area disfunzionale e raramente si sovrappone all’area del dolore. Solo nei causi di traumi diretti queste due aree si sovrappongono, ad esempio in una contusione con un oggetto pesante. L’osteopata si serve quindi di alcuni test ed esami differenziali per identificare ed agire sulle aree disfunzionali. Utilizza cosi il parametro del dolore come indicatore dell’efficacia del trattamento. Se il dolore tende a decrescere già nell’ambito della prima seduta è un indicatore positivo per una prognosi favorevole.

Un atleta può subire una distorsione (in inversione) alla caviglia in un contrasto o da solo senza contrasto. In entrambi i casi si potrebbe avere uno slittamento dell’astragalo in anteriorità, gonfiore e limitazione di movimento dell’articolazione in flessione ed eversione. L’approccio utilizzato dall’osteopata nell’uno o nell’altro caso è completamente diverso. Nel caso in cui sia avvenuto un contrasto è probabile che il semplice riposizionamento dell’astragalo possa essere risolutivo ai fini del dolore e del recupero del paziente. Nel caso della distorsione senza contrasto la causa potrebbe nascere da una retrazione della catena muscolare posteriore a seguito di un vecchio trauma al bacino. Se anche l’osteopata correggesse la posizione dell’astragalo, la manovra potrebbe non essere sufficiente ai fini di un corretto recupero. Il blocco del bacino continuerebbe ad insistere sulla caviglia tramite l’azione diretta dei muscoli posteriori dell’arto inferiore e tale squilibrio sarebbe un ottimo viatico per una recidiva.

Fonti bibliografiche

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Federazione Italiana di Cardiologia, Società Italiana di Cardiologia Invasiva. Documento di Consenso. La rete interospedaliera per l’emergenza coronarica. Ital Heart J 2005.

Standring S., Anatomia Del Gray. Le Basi Anatomiche Per La Pratica Clinica, Edra Masson, 2009.

Tozzi P., Lunghi C., Fusco G., I cinque modelli osteopatici. Edra, 2015.

Barrett K.E., Barman S.M., Boitano S., Brooks H.L., Fisiologia Medica di Ganong. Piccin, 2011.

Mossi E., Trattato Teorico/pratico di Posturologia osteopatica. Marrapese editore – Roma, 2002.


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