Molto spesso mi trovo in viaggio per lavoro, con la Federazione Italiana Tennis, ma raramente mi capita di visitare realmente i luoghi in cui giochiamo i tornei, questa volta Calcutta è stata un’eccezione.

Il 26 Gennaio di quest’anno è cominciata la spedizione azzurra per giocare il turno di Qualificazione della Coppa Davis. Il sorteggio ha designato l’India come la nazione Ospite del match. Inizialmente appresi la notizia con un po' di disapprovazione. Da un lato la mia nota paura del volo e dall' altro i luoghi comuni sulla pericolosità del posto. La ciliegina sulla torta fu messa dalla Federazione Indiana che decise di disputare la partita a Calcutta. La così tanto rinomata Città della Gioia avrebbe ospitato la nostra spedizione!

Studio Olmo - Calcutta

Dopo l'atterraggio dell’aereo, minuto per minuto la mia diffidenza svaniva, lasciando posto alla curiosità. Attraversando la città con l’autobus cominciavano a rimanermi impresse delle cose, dei dettagli. Venivo colto di sorpresa da alcuni particolari, ma soprattutto mi sorprendevo di sorprendermi. Ciò che mi meravigliava maggiormente non era la miseria, come molti di voi potrebbero pensare, ma l’evidente connotazione di un popolo. Le loro radici trasudavano attraverso i vetri dell’autobus che ci accompagnava in albergo. Queste sensazioni raramente hanno accompagnato i miei viaggi.

A dire il vero il nostro mondo “agiato” occidentale ha sradicato completamente l’animo dei popoli dalle proprie culture uniformandoli all'idea della globalizzazione. La tecnologia, i ritmi e il vuoto sociale, sono ubiquitari nel nostro mondo “sociale”. Tutto questo ha inaridito gli animi, incattivendo le nostre periferie.

A dire il vero ciò che mi sconvolge maggiormente è sapere che esistono dei posti abbandonati e trascurati nella nostra ricca Italia (es. L’Aquila post terremoto) piuttosto che in una città come Calcutta, dove la stragrande maggioranza della popolazione (5 milioni di abitanti censiti) vive con meno di 30 €/cent al giorno.

Tanta la povertà economica quanto la ricchezza d’animo. Sono persone che ti guardano negli occhi, consapevoli della propria condizione (un po’ anche per la religione) senza riversarla sull’opulente straniero.

Seppur colonizzata dalla più grande potenza dell’ultimo millennio, l’Inghilterra, l’India ha mantenuto le proprie origini. La sensazione che mi ha lasciato è simile a quella dei racconti dei miei nonni riguardo l’Italia post bellica. Assenza di sfarzo e lusso a vantaggio di un più intenso e profondo spirito familiare e sociale.

L’igiene e il rifornimento idrico sono effettivamente il punto dolente di questa città. Scarseggia l’acqua potabile e le multinazionali delle bevande zuccherate (Coca-Cola e Pepsi) hanno deciso di depurarla, imbottigliarla e venderla. Persone e soprattutto bimbi che si lavano per strada o che lavano i propri vestiti nelle fontane, sono cose del tutto inusuali da noi e ovviamente colpiscono e ti fanno riflettere. Consapevoli dei propri limiti, adottano dei provvedimenti spontanei. Usano cibi speziati, con proprietà antibatteriche, o bevono sempre tè e tisane calde per ridurre i rischi di infezioni. Avranno pochi tombini e guidano come pazzi, ma hanno un manto stradale migliore del nostro e usano tutti il casco senza obblighi.

Studio Olmo - Calcutta

Solitamente durante gli allenamenti ci omaggiavano di toast o frutta secca. Mi capitava spesso di prendere delle mandorle e le distribuivo di nascosto ai raccattapalle. Questi bambini, detti ballboy, assistevano gli allenamenti e le partite durante ogni giornata della nostra permanenza. Sono bimbi che giocano anche a tennis nei vari circoli indiani e non necessariamente poveri. Ma nel momento in cui vedevano quelle mandorle nelle proprie mani mi sorridevano con uno sguardo che mi riempiva l’anima. Bhe, questi sorrisi non li sto vedendo più nei nostri bimbi. Coinvolti nei ritmi isterici della società occidentale, hanno perso la spontaneità e la capacità di “saziarsi” con poco.

Tra gli allenamenti e i trattamenti, questa volta sono riuscito a vedere realmente qualcosa. Ho visitato la tomba di Madre Teresa, ricevendo un’accoglienza unica dalle suore del posto. Ma soprattutto mi sono immerso a piedi nudi nel cuore del tempio della dea Kalhi. Zero turisti e migliaia di Indiani, accompagnato soltanto da un poliziotto che fungeva più da guida turistica che da scorta.

Probabilmente una settimana a Calcutta, ovattata al massimo dall’organizzazione Indiana e trascorsa in un buon albergo, mi ha fatto percepire una visione parziale del posto. Questa esperienza, però, mi ha arricchito di sensazioni, ricordi e odori veri. Cose che non si dimenticano facilmente.


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