Studio Olmo - Il costo della libertà

Vorrei condividere con voi tutti parenti, pazienti, amici e anche con coloro i quali diventeranno importanti nella mia vita questo mio pensiero. Se risuonerà qualche parola o l'intero testo, condividete con me il vostro pensiero. Vi accoglierò nella mia curiosità.

L’altra mattina, nella penombra del mio dormiveglia mi sono posto una domanda: quanto vale una mia ora di libertà? Divido il mio stipendio netto annuo per la somma delle ore libere (da impegni prefissati settimanali e le ore medie di sonno), moltiplicate per 52. Il risultato è stato abbastanza sconvolgente, anche se c’era da aspettarselo. Un’ora della mia libertà vale quanto una pizza Margherita: 3,24€. Era ancora l’alba, decido di riaddormentarmi. Però mi risveglio con un’altra domanda: ma la Margherita la desidero davvero? Ci ostiniamo a vivere una vita basata sul “fare” proponendoci obiettivi sempre più grandi. Apparentemente ci illudiamo di soddisfare il nostro ego, ma in realtà non facciamo altro che contornarci di una vita illusoria basata quasi esclusivamente sull’appagamento delle aspettative altrui senza dar modo al nostro piccolo omino interiore di esprimere le sue esigenze. Quando disattendiamo quelle aspettative viviamo un senso di colpa e puntualmente quando raggiungiamo quell’agognato obiettivo finiamo per essere delusi. Fagocitiamo quindi un bel senso di delusione e frustrazione finendo per scegliere un’unica strada: se non fai non sei.

Purtroppo scegliamo questa strada molto presto, grazie al nostro retaggio culturale (dimentica le origini), sociale (devi primeggiare) e religioso (giustizialismo divino). Quando siamo piccoli non facciamo altro che sentire l’amore dei nostri genitori e manifestarci nella maniera più conforme a quelle che crediamo siano le loro aspettative aderendo a quell’etichetta (sociale, culturale o religiosa) che noi stessi ci auto infliggiamo pur di non restare soli.

Edè li, proprio in quel momento, che rinchiudiamo in un angolo il nostro desiderio primario per “crescere”. Man mano che avanziamo in questo percorso è sempre più facile mettersi da parte, mettere da parte le nostre esigenze ma soprattutto i nostri sogni. Ma è proprio il sogno a rappresentare la reale essenza di riconnessione col nostro omino interiore. I nostri sogni a occhi chiusi ci parlano di noi, i nostri sogni a occhi aperti siamo noi. Tramite essi possiamo modulare la nostra essenza ma spesso li sotterriamo fino a quando non diventano così forti e irresistibili da parlarci tramite il nostro corpo e le sue “manifestazioni cliniche”. Ancora una volta porgiamo tra le mani dell’interlocutore di turno (medico, amico) la nostra vita con una fiducia incondizionata, così come avevamo fatto da piccoli nei riguardi dei nostri genitori, rischiando di incorrere in una nuova etichettatura che potrebbe arrestare definitivamente il percorso che ci porta al recupero della nostra essenza.

Ed ecco che una persona che ha vissuto una vita di amarezze si reca dal “terapeuta” di turno cercando di parlargli del suo male e si trova a fare una miriade di accertamenti trovando alla fine il colpevole. Esito finale: diabete. Identificato anche il colpevole: gli zuccheri. Appagato finalmente dalla diagnosi, si abbandona a un senso di frustrazione e delusione. I suoi parametri clinici non “rientrano” nella norma. Non si può un individuo “abbastanza sano” da poter vivere felicemente senza malattie.

Subentrano quindi, obblighi imposti standardizzati dal “terapeuta”, e nel momento in cui li disattende il Dio giustizialista, avallato dalla sua famiglia, è pronto a punirlo perché non è stato “abbastanza” bravo da seguire le indicazioni delle persone che lo “amano” (ma non lo ascoltano). Potrebbe essere che quell’individuo non si sia mai “sentito abbastanza” da ricevere una “dolcezza” dalla vita? Dietro quell’individuo ci può essere ognuno di noi che stanco delle manifestazioni fisiche e delle etichette decide di plasmare la sua esistenza risvegliando la propria coscienza. Decidiamo quindi che è il momento di ripercorrere a ritroso il nostro percorso. Solo in quel momento ci rendiamo conto che il piccolo omino, seppure trascorsi anni, è a un palmo da noi e non ci ha mai abbandonato.

E se il nostro lavoro annuo ci ha permesso di poter vivere di una pizza Margherita, potremmo riconciliarci a lui chiedendone se ne vuole uno spicchio. Attenzione, potrebbe chiedere una Margherita DOC il che potrebbe costarci due ore di libertà, ma lo faremmo esclusivamente per donargli un sorriso che da sempre ha meritato. La spensieratezza che ha sempre desiderato. In fondo ci vuole poco, basta ascoltarlo e lui ci dirà qual è il vero prezzo della nostra felicità.


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