Riflessioni
L'uomo può riscoprire il bambino che è in lui.

Vorrei condividere con voi tutti parenti, pazienti, amici e anche con coloro i quali diventeranno importanti nella mia vita questo mio pensiero. Se risuonerà qualche parola o l'intero testo, condividete con me il vostro pensiero. Vi accoglierò nella mia curiosità.

L’altra mattina, nella penombra del mio dormiveglia mi sono posto una domanda: quanto vale una mia ora di libertà? Divido il mio stipendio netto annuo per la somma delle ore libere (da impegni prefissati settimanali e le ore medie di sonno), moltiplicate per 52. Il risultato è stato abbastanza sconvolgente, anche se c’era da aspettarselo. Un’ora della mia libertà vale quanto una pizza Margherita: 3,24€. Era ancora l’alba, decido di riaddormentarmi. Però mi risveglio con un’altra domanda: ma la Margherita la desidero davvero? Ci ostiniamo a vivere una vita basata sul “fare” proponendoci obiettivi sempre più grandi. Apparentemente ci illudiamo di soddisfare il nostro ego, ma in realtà non facciamo altro che contornarci di una vita illusoria basata quasi esclusivamente sull’appagamento delle aspettative altrui senza dar modo al nostro piccolo omino interiore di esprimere le sue esigenze. Quando disattendiamo quelle aspettative viviamo un senso di colpa e puntualmente quando raggiungiamo quell’agognato obiettivo finiamo per essere delusi. Fagocitiamo quindi un bel senso di delusione e frustrazione finendo per scegliere un’unica strada: se non fai non sei.

Il Risveglio

Natale è una festa a cui tengo particolarmente. 
E' l'occasione per avvicinarci a noi stessi e recuperare il contatto col nostro omino interiore. Lo poniamo al centro del presepe per qualche ora. Ne percepiamo la leggerezza del respiro. La gioia della sua nascita trasforma una misera e deturpata mangiatoia in un luogo antico, remoto, dove ogni sogno sembra possibile. 
Noi molto spesso deprediamo il nostro corpo dimenticando la leggerezza dei nostri sogni. La vita spesso può sorprenderci come i magi che inaspettatamente arrivano in nostro soccorso e ci ricordano la nostra unicità. 
Auguro un felice risveglio natalizio a tutti i nostri bimbi interiori.

Appartenenza
Appartenenza

È mattino, apriamo gli occhi e sintonizziamo la nostra vita sulla solita frequenza radio. Quella che conosciamo da anni e che ormai rappresenta un nostro punto di riferimento. Quello che da un lato ci indottrina e da un lato ci aliena. Dispensatrice da sempre di cultura. Cultura appresa dalle parole di un uomo che verbalizza dissezioni anatomiche di guerre, omicidi e ingiustizie.

Io la definisco la cultura dell’appartenenza. I meandri di queste diatribe ci fanno appartenere a un mondo tetro del quale siamo vittime. Vittime di complotti, vittime del sistema, vittime degli attentati. Dunque, il primo colore che osserviamo al mattino è quello grigio. Un grigiume che appiattisce ed omologa le nostre sensazioni.

CranioSacrale

Un’esperienza unica si è appena conclusa. Probabilmente alimentata dalla Bora triestina è volata tutta d’un soffio. In soli cinque giorni si sono condensati rocamboleschi eventi che mi hanno permesso l’approdo in terra friulana. Data la concomitante presenza di Wimbledon, sono stato incerto fino all’ultimo sulla partecipazione al corso di Craniosacrale.

Il suo fondatore, Upledger, rappresenta l’emblema di un cambio di prospettiva nel mondo osteopatico. Da medico e osteopata si è sempre interrogato sui limiti della sua pratica clinica e di quanto l’esecuzione tecnica manuale possa incidere positivamente ai fini terapeutici. Le sue ricerche hanno portato a snellire molto la stratificazione e l’autocrazia del mondo terapeutico osteopatico. Probabilmente è per questo che ancora oggi la tecnica craniosacrale trova difficoltà di integrazione con l’osteopatia.

Probabilmente la tipologia di apprendimento induttivo aveva stancato lui, così come aveva saturato me. Ci sono voluti sei anni prima che aprissi la mente di nuovo ad un apprendimento pratico di qualcosa di scientifico. L’interruzione di questa intolleranza è avvenuta proprio a Trieste in questi giorni.

Donne indiane
Costumi tradizionali Indiani

Molto spesso mi trovo in viaggio per lavoro, con la Federazione Italiana Tennis, ma raramente mi capita di visitare realmente i luoghi in cui giochiamo i tornei, questa volta Calcutta è stata un’eccezione.

Il 26 Gennaio di quest’anno è cominciata la spedizione azzurra per giocare il turno di Qualificazione della Coppa Davis. Il sorteggio ha designato l’India come la nazione Ospite del match. Inizialmente appresi la notizia con un po' di disapprovazione. Da un lato la mia nota paura del volo e dall' altro i luoghi comuni sulla pericolosità del posto. La ciliegina sulla torta fu messa dalla Federazione Indiana che decise di disputare la partita a Calcutta. La così tanto rinomata Città della Gioia avrebbe ospitato la nostra spedizione!

Dopo l'atterraggio dell’aereo, minuto per minuto la mia diffidenza svaniva, lasciando posto alla curiosità. Attraversando la città con l’autobus cominciavano a rimanermi impresse delle cose, dei dettagli. Venivo colto di sorpresa da alcuni particolari, ma soprattutto mi sorprendevo di sorprendermi. Ciò che mi meravigliava maggiormente non era la miseria, come molti di voi potrebbero pensare, ma l’evidente connotazione di un popolo. Le loro radici trasudavano attraverso i vetri dell’autobus che ci accompagnava in albergo. Queste sensazioni raramente hanno accompagnato i miei viaggi.

A dire il vero il nostro mondo “agiato” occidentale ha sradicato completamente l’animo dei popoli dalle proprie culture uniformandoli all'idea della globalizzazione. La tecnologia, i ritmi e il vuoto sociale, sono ubiquitari nel nostro mondo “sociale”. Tutto questo ha inaridito gli animi, incattivendo le nostre periferie.

Percorso